Insieme in Bosnia: dove la pace da i suoi frutti. 02May13 | 0

Ancora Miobio on the road e questa volta si va in Bosnia per visitare la cooperativa Insieme e il progetto “frutti di pace”. Si parte, in ritardo,  con Soul Food alla guida pieni di curiosità e voglia di conoscere questa parte dell’europa, che ha vissuto una delle pagine più sanguinose della storia recente, ma che attraverso l’agricoltura cerca di ricostruire la convivenza e un’ economia del territorio. Il paesaggio cambia sotto i nostri occhi e dalle montagne della Slovenia si passa alla pianura Croata fino ad arrivare alla frontiera con la Bosnia dove raggiungiamo la delegazione milanese di Arci, Acli e gas anche loro uniti con noi nel sostegno alla cooperativa. Si parte in direzione di Bratunac, territorio al confine con la Serbia, e subito l’autostrada si trasforma in una stradina sinuosa che attraversa verdeggianti montagne e sonnolenti villaggi dove i minareti si incontrano con i campanili.

I segni della guerra sono ancora evidenti nelle facciate delle case ma anche la voglia di ricostruire con dignità e allegria. Questa allegria la incontriamo al nostro arrivo a Bratunac dove troviamo Rada e Skendar, i due pacifisti slavi fautori del progetto frutti di pace, che ci portano in una casa in campagna vicino al fiume Drina dove troviamo gli agricoltori e i lavoratori della cooperativa Insieme pronti per festeggiare il nostro arrivo. La serata scivola via tra risate e bevute, anche la difficoltà della lingua viene superato e il piacere di stare insieme porta a dimenticarsi che questo fiume, linea di confine tra Serbia e Bosnia, per molto tempo ha visto altre situazioni.

La serata si conclude negli uffici della cooperativa dove tra bicchieri di sliwoviz, il distillato di prugne della zona, si discute della situazione della Bosnia e del lavoro della cooperativa. Purtoppo l’amministarzione della Bosnia è molto complessa e non esiste un unico governo ma più governi che fanno capo alla federazione e alle regioni in cui è divisa il territorio. Questo si traduce in una serie complessa di leggi e tasse che complicano il lavoro amministrativo ed economico, inoltre la mancanza di infrastrutture porta ad un aumento dei costi di produzione. Gli agricoltori che fanno capo alla cooperativa vivono nel raggio di 50 km, mentre il bosco certificato bio dista 250 km ed è tanto per il tipo di strade presenti. Tra le difficoltà c’è anche lo svuotamento delle campagne dovuto alla poca redditività delle stesse. Infatti nella maggior parte dei casi si tratta di famiglie che possiedono un piccolo pezzo di terra da cui ricavano ciò di cui hanno bisogno e anche la produzione di piccoli frutti è relativamente piccola. La cooperativa si confronta quotidianamente con loro per quanto riguarda la qualità del prodotto conferito e cerca, attraverso i suoi tecnici, di migliorare la produzione. Ma grazie a questo impegno si crea reddito e unione tra gli agricoltori. Il solo fatto di partecipare a un progetto e a confrontarsi tra di loro su varietà o tecniche agronomiche porta a parlarsi a confrontarsi tra di loro. Questo è uno degli obiettivi principali della cooperativa, far ritornare sebi- bosniaci e bosniaci musulmani, che prima avevano vissuto insieme, a ricucire insieme le ferite della guerra. Il giorno dopo abbiamo più chiara la situazione che hanno vissuto e il ruolo di noi europei in questa vicenda. Si parte per Srebrenica a pochi chiolometri da Bratunac per visitare il memoriale delle vittime del genocidio dei bosniaci-musulmani da parte delle forze serbo bosniache avvenuto nel Luglio del 1995. In questo luogo dove si riversarono migliaia di profughi che cercavano rifugio sotto la protezione dell’onu e dove furono consegnati dai caschi blu ai loro carnefici, si rafforza il nostro impegno a supportare la cooperativa e qualsiasi altro progetto che possa portare pace e giustizia partendo dal basso, dalla storia delle persone.

Impegno rilanciato davanti a Rada e Skender nel continuare con le realtà milanesi gli ordini collettivi di succhi di frutta e marmellate. In un bel pomeriggio di sole salutiamo la cooperativa  e mentre lasciamo questa terra con questa promessa e con la certezza che vivere insieme è possibile, ripensiamo al nostro lavoro che a migliaia di chilometri di distanza riesce a unire tante persone.

Agricoltura palestinese tra conflitto e resistenza non violenta 16Apr13 | 0

Il viaggio di conoscenza in Palestina organizzato da Agronomi senza frontiere e ACS Padova è l’occasione per Miobio di visitare  una terra, che ha influenzato l’agricoltura e il pensiero occidentale, e  vive un’occupazione che dura da più di sessant’anni.Ciò rende attuale il viaggio e provoca forti riflessioni su come gli interessi internazionali si intrecciano con la vita quotidiana di milioni di persone che  vivono costantemente e da più generazioni questa situazione. L’agricoltura e gli agricoltori palestinesi non fanno eccezione e forse più di tutti subiscono la strategia di Israele di sfibrare moralmente ancor più che militarmente le persone che hanno la colpa di vivere su quella terra. Per questi agricoltori gli accordi di pace di Oslo del 1993 non hanno portato soluzioni concrete e questioni come l’accesso all’acqua, la divisione in zone della West Bank, gli insediamenti dei coloni e la costruzione del muro sono ancora irrisolte.

Israele detiene il controllo delle risorse idriche della regione, in particolare il lago di Tiberiade da cui parte il famoso acquedotto che porta l’acqua nel deserto del Negev, il fiume Giordano su cui Israele non rispetta gli accordi con gli stati confinanti per le quantità di prelievo e le falde acquifere, comprese quelle presenti nella West Bank e Gaza. Anche la distribuzione è controllata e i dati sull’accesso all’acqua sono discriminatori, infatti se per un colono è di 320 lt. al giorno, per un Israeliano di 230 lt., per un palestinese varia dai 70 lt. in città e 50 lt. nei villaggi. Se l’accesso all’acqua è uno dei primi problemi per l’agricoltura per cui inevitabilmente l’orientamento produttivo è limitato a poche varietà capaci di produrre con poca acqua, altra questione è la divisione in zone della Palestina. Dagli accordi di Oslo del1993 si sono create 3 zone amministrative: zona A,meno del 10% del territorio, comprende i grossi centri urbani in cui sia l’amministrazione sia la sicurezza sono di competenza dell’autorità palestinese, zona B comprende i medi centri urbani e l’amministrazione è di competenza palestinese mentre la sicurezza è israeliana e la zona C, circa il 70% del territorio, comprende i villaggi e piccoli centri in cui sia l’amministrazione sia la sicurezza sono di competenza isrealiana. La maggior parte dei terreni agricoli si trova in zona C e questo significa  che ogni infrastruttura, ogni destinazione del terreno e ogni aspetto della vita civile di un palestinese è influenzata dal parere dell’autorità militare israeliana. La costruzione di pozzi per l’acqua, di serre o di altre strutture per l’agricoltura devono essere autorizzate da Israele che nega la maggior parte dei progetti o dilata i tempi di approvazione con un apparato burocratico che scoraggia. Anche l’utilizzo dei terreni è sotto vincolo di Israele per cui può espropriare il terreno per motivi militari o di sicurezza. In questi motivi di sicurezza rientrano gli insediamenti dei coloni, che per il diritto internazionale sono illegali, ma per cui israele prevede un apparato di protezione sia sociale che militare. Ogni città e villaggio ha una serie di colonie che cingono i loro confini e creano una discontinuità territoriale del territorio palestinese. Questi insediamenti creano tensione all’interno delle comunità palestinesi e godono della protezione dell’esercito israeliano. Gli agricoltori subiscono sistematici atti di violenza da parte dei coloni anche contro gli animali e la terra,  mentre viene negato l’accesso ai terreni intorno agli insediamenti. Le colonie immettono sul mercato una grande varietà di prodotti agricoli ad un prezzo competitivo e ciò provoca la chiusura del mercato interno ai prodotti agricoli palestinesi. Per i prodotti agricoli palestinesi esiste un’altra barriera fisica: la costruzione del muro che separa da nord a sud Palestina  e Israele. Il muro non segue i confini riconosciuti internazionalmente ma si insinua nel territorio palestinese cingendo i  centri urbani e dividendoli dalle campagne. Oltre a impedire agli agricoltori di entrare fisicamente nei loro campi crea una sorta di terra di nessuno tra il confine riconosciuto e il muro in cui i villaggi e le città non sono nè Israele nè  Palestina e in questo modo si trovano isolati sia socialmente che economicamente. Il muro impedisce il passaggio di persone e merci, se non attraverso ceck point controllati dall’esercito Israeliano, che impone dei limiti aleatori a discrezione dei soldati.

Tutti questi aspetti fanno parte di una precisa strategia di distruzione dell’agricoltura palestinese e di accaparramento delle terre con metodi perseveranti e supportati da leggi Israeliane e accordi internazionali. L’accesso all’acqua, la requisizione delle terre,le violenze dei coloni, la costruzione del muro sono azioni che tendono a scoraggiare l’agricoltore palestinese a coltivare la terra.

In Palestina esiste una parola, “sumud”. Il significato è stare fermi, essere,  non cedere alla voglia di andare via. Questa è la forma di resistenza non violenta all’occupazione. I contadini dei villaggi nelle colline a sud di Hebron continuano a pascolare le greggi o a coltivare la terra nonostante i coloni e le esercitazioni militari. Arresti sommari, blocchi dell’esercito non fermano il loro quotidiano andare nei campi. Le cooperative di agricoltori di Gerico e Jenin lavorano per raggiungere degli standard di qualità elevati per arrivare nei mercati esteri in cui competere equamente con i prodotti israeliani. La carenza di infrastrutture e il controllo sul movimento delle merci e delle persone non scoraggiano uomini e donne a lavorare insieme con i mercati solidali internazionali. Il P.A.R.C. (palestinian agricultural relief committees) da trent’anni lavora per l’agricoltura sostenibile in Palestina formando gli agronomi e dando assistenza tecnica e morale agli agricoltori. Si è riusciti a riconoscere il primo ente certificatore biologico in Palestina e si sta creando la prima banca del seme di varietà autoctone palestinesi. Tutto questo lo si deve anche ai fondi e alla collaborazione delle organizzazioni internazionali che supportano la società palestinese.

L’agricoltura è resistenza, ogni gesto quotidiano è resistenza, resistenza non violenta a sessant’anni di occupazione, al controllo delle risorse e delle persone. Forse dovremo imparare molto da questa terra.

VERSI DI CALAMAIO 21Feb13 | 0

Sabato fino a notte fonda presenteremo in un nuovo-nuovissimo MioBio i vini di Samuele dell’azienda agricola http://www.ilcalamaiovini.it/ .

VIrgolettato dal sito di officina enoica ( http://www.officinaenoica.org ):

“Il Calamaio nasce nel 2003 con l’acquisizione di una proprietà dismessa a San Macario a circa 5 km dal centro di Lucca in Toscana. L’ azienda è molto piccola solo due ettari e mezzo vitati che però, essendo in forte pendenza, è coltivata a poggi che riducono a circa 12.000 metri la superficie vitata reale, di conseguenza il numero di bottiglie è esiguo circa 8/10 mila. Nel 2009 abbiamo costruito una nuova cantina più funzionale e moderna e poco alla volta ci siamo dotati dei macchinari minimi necessari per svolgere al meglio il nostro lavoro. Fin dall’ inizio della nostra avventura abbiamo concentrato i nostri sforzi per cercare di produrre vini che pur essendo espressione del territorio non fossero mai né scontati né prevedibili . Dopo alcuni anni di studio e di prove sia in vigna che in cantina, abbiamo messo a dimora nuove barbatelle di più cloni diversi di Sangiovese mentre nel frattempo lavoravamo duramente per recuperare le vigne vecchie (30/40 anni) che erano ormai abbandonate da anni ma che non volevamo assolutamente perdere consci dell’importante bagaglio eno-culturale che si sarebbe perso con esse.

Al momento stiamo facendo il riconoscimento ampelografico dei vari cloni nel tentativo di poterli riprodurre in modo da avere nei prossimi anni la possibilità di reimpiantare l’esatto tipo di vitigno che andrà a morire. Abbiamo trovato posto anche per una piccola vigna di Merlot, che avrebbe dovuto andare in bottiglia insieme al Sangiovese: in realtà poi sia il Sangiovese che il Merlot si sono dimostrati talmente interessanti che andranno in bottiglia separatamente. Sul versante esposto, ad EST, abbiamo impiantato dello chardonnay, della petite arvine e del petit manseng per creare
un bianco unico per il nostro territorio. La vendemmia 2011 di questo vino particolare andrà in bottiglia a Marzo, è la prima vendemmia e vedremo se la scelta si è rivelata giusta…..speriamo!
Agricoltura in conversione a biologico.
Aspettiamo con ansia Samuele, i suoi vini, le sue storie e tutti voi che vorrete ascolarli e fargli delle domande (ad esempio il riconoscimento ampelografico)

ad esempio a me piace il sud…. 17Jan13 | 0

Si ricomincia con le serate dedicate ai vignaioli segnalati da officina enoica e dopo aver viaggiato per quasi  due anni tra Piemonte, Emilia, Lombardia con qualche puntata in Toscana, Umbria e Marche abbiamo deciso per quest’anno di viaggiare a sud. Ci auguriamo un viaggio solare e pieno di sorprese, sicuramente scopriremo storie e sapori differenti e per questo più curiosi da conoscere.

Questo mese si parte dalla Sicilia e da Marilena Barbera delle omonime Cantine Barbera che ci presenterà  tre rossi  un Nero d’Avola 2011,  un riserva 2008,  un autoctono da uve Perricone e Nerello Mascalese e un bianco Inzolia 2011.

Marilena ci racconterà la sua terra, la valle del Belice, la sua esperienza di vignaiola naturale e il sapore del mediterraneo di fronte al quale vivono da oltre cinquant’anni i suoi vitigni.

E allora tutti da Miobio con tanta voglia di conoscere Sabato 26 Gennaio dal pomeriggio fino a notte fonda…..


Buon Natale, anticlericale. 23Dec12 | 1

Fine anno e come ogni anno ritorniamo a scrivere un post dopo mesi di assenza. Ormai Miobio segue i tempi della campagna e arrivato l’inverno ci chiudiamo in negozio a cospirare nuove forme di collaborazioni con altre realtà milanesi del consumo critico e sostenibile: la rete che abbiamo realizzato con altri negozi di quartiere sta andando avanti e si infittiscono i rapporti con i gas milanesi. Altro progetto molto bello che sta per nascere è il primo ordine per la cooperativa Insieme di Bratunac in Bosnia. A fine Novembre abbiamo avuto l’opportunità di conoscere i fondatori della cooperativa e il loro progetto che parte dal sostegno alle famiglie di questa zona della Bosnia provata fortemente dalla guerra nella ex Jugoslavia, attraverso la valorizzazione del prodotto locale, i piccoli frutti. Il lavoro è finalizzato a ricreare delle condizioni di lavoro per evitare l’emigrazione verso paesi esteri di queste famiglie gravate da lutti,  in cui nella maggior parte dei casi è presente solo la donna come unica fonte di reddito. Arci Milano, che da anni segue e sostiene la cooperativa, si è fatta promotrice del progetto frutti di pace coinvolgendo negozi di quartiere, intergas e commercio equo e solidale in un ordine collettivo di confetture e nettare. L’ordine è anche il primo banco di prova per una collaborazione tra queste realtà che operano a Milano con gli stessi fini, ma che fino ad ora si sono solo sfiorate. Ritornando al locale, quest’anno abbiamo dato spazio a produttori proposti dai gas, da officina enoica e in generale chi si è proposto e ci è piaciuto. Abbiamo aumentato il numero di ordini dalle cascine periurbane e nel caso della cascina Santa Brera ci è stata dedicata una parte di produzione dell’ orto già pianificata in precedenza con la responsabile Anna Morera Perez. Sempre portando l’esempio della cascina siamo riusciti a diversificare anche i prodotti, infatti siamo partiti ritirando solo  le uova, si è aggiunta la verdura e siamo arrivati al pane. Il negozio è sempre più luogo d’incontro e siamo contenti di essere riusciti a creare questo spazio in cui ci troviamo bene. Certo ogni tanto risultiamo poco commerciali nelle nostre scelte, come quella di mettere in vetrina il manifesto del Natale anticlericale che si terrà il 25 Dicembre in Torchiera, ma partendo dal presupposto che nel nostro negozio tutti sono benvenuti con le loro idee e che i ragazzi del Torchiera sono veramente in gamba, ci è piaciuta l’immagine del manifesto, la madonna con il bambino avvolti da una kefiah e due fucili. Tra il luccichio di stelle e babbi natale l’unica immagine vera del natale è proposta dai ragazzi del Torchiera per ricordare che babbo natale è un invenzione mentre la realtà è un bambino che nasce tra ingiustizia e guerra, e allora buon natale anticlericale.

Un fine settimana intenso 20Oct12 | 0

Fine settimana, intenso, pieno di eventi per miobio;cominciando da sabato 27 dalle 20.00  fino a notte fonda, presenteremo Andrea Tirelli , vignaiolo autenticamente naturale con un dolcetto che spacca, a detta di molti, qua sotto descritto nel bell’articolo di Marco Arturi su www.officinaenoica.org :

Ci sono i bravi viticoltori, quelli capaci di tirare fuori il meglio dalla vigna, di interpretare e raccontare una zona attraverso i loro vini; ce ne sono altri (alle volte anche meno bravi, non è questo il punto) che vanno oltre, identificandosi con il territorio fino a diventarne paradigma. Andrea Tirelli è un caro amico – lo metto subito in chiaro, in modo che chi legge sappia che in quanto segue non c’è la minima pretesa di obiettività – ed è uno di loro. Vive e lavora in quella porzione dei colli tortonesi che anticipa la Val Curone, un paio di vallate collinari più in là rispetto alla Monleale di Walter Massa: un Piemonte periferico, per nulla avvezzo alle luci dei riflettori e sul quale quasi nessuno è disposto a scommettere quando si parla di vino. Qui la vigna ha un prezzo di mercato basso ma è sacrificio, è passione senza compromessi, specie quando sei un contadino/artigiano che fa tutto da solo. Per fare il vignaiolo qui, devi crederci davvero.

Andrea è arrivato una decina di anni fa, quando ha lasciato la collina torinese per cominciare a lavorare le vigne dello zio materno a Montale Celli, frazione di Costa Vescovato. A poche centinaia di metri dalla sua cantina c’è la straordinaria esperienza comunitaria di Valli Unite, a raccontare la possibilità di un sistema produttivo e relazionale diverso, di un paese migliore; poco più su la Castellania dove nacque Fausto Coppi, icona del coraggio e della fatica. Tirelli sta nel mezzo, fa da sé ma non è un individualista, lavora durissimo ma ritiene un privilegio passare il grosso della sua vita tra i filari. Nella sua storia non c’è niente di straordinario, tranne l’autenticità. Perfino la scelta naturale è stata fatta senza calcolo, senza enfasi: del resto, c’è forse un modo diverso di lavorare la vigna? Lo stesso vale per l’opzione biodinamica, arrivata quasi per caso seguendo il suggerimento di un amico agronomo. In vigna dolcetto, barbera, cortese, un po’ di croatina e del timorasso messo a dimora da poco (segnatevelo, che poi nessuno dica non me lo avevi detto). Il terreno è eterogeneo, strisce di argilla che si alternano a calcare. Nelle vigne di Andrea – pendenza leggera, esposizioni a mezzogiorno, altitudine sui 300 metri – guardi le piante e percepisci il benessere e l’armonia; annusi una manciata di terra e senti il bosco, un respiro selvaggio, la libertà.

Tutte cose che ritrovi nei vini, caratterizzati da una comunicatività diretta e da una generosità priva di mediazioni. Anche a costo di qualche durezza di troppo, come nel caso del Nibirù 2009, uno di quei dolcetti terragni ed essenziali che hanno il vizio di farsi attendere per poi magari regalare sorprese dopo qualche anno, quando l’esuberanza e la visceralità cederanno il passo a un’espressività più serena. Il Terrapura 2007, barbera in purezza, è figlio della stessa concezione e portatore della medesima espressione territoriale estranea al compromesso, ma trova nel legno – ancora da calibrare perfettamente – un argine efficace all’irruenza. L’acidità viva e il corredo minerale garantiscono un bello sviluppo e dotano il Terrapura di godibilità, versatilità e di una buona prospettiva evolutiva. IlBianco di Montale Muntà 2009, cortese con una piccola quota di favorita, è caratterizzato da una materia di valore, da un quadro olfattivo franco e di estrema gradevolezza – prato di montagna, origano selvatico, frutta bianca – e da una buona armonia tra calore e durezze. In bocca si impone energico e vibrante, con una diffusa sapidità a garantire una facilità di beva non sempre scontata in vini “di razza” come questo. Da provare con primi grassi e crostacei, è un bianco in grado di accompagnare senza difficoltà una grigliata di carne. Il rapporto qualità/prezzo di questi vini è da applausi, anche in relazione alla quantità limitata (settemilacinquecento bottiglie in tutto, circa duemilacinquecento per etichetta). I margini di miglioramento sono enormi: Andrea è una scommessa sicura.

Oltre la vigna e il vino rimane la storia di un ragazzo gentile e refrattario ai protagonismi, che frequenta le fiere di settore senza curarsi del gossip ma è sempre disposto a farsi un bicchiere e quattro risate tra amici. Un vignaiolo che ha fatto le sue scelte – biodinamico, naturale, critico – non per posa ma perché incapace di concepirne altre. Un cittadino che ha scelto la campagna, quella più periferica e defilata, perché al di là dell’ideologia non crede nel futuro di un sistema che vuole tutti consumatori seriali, omologati e acritici. Aprire la nuova stagione di Enodissidenze parlando di lui – che tra poche settimane diventerà padre – mi è sembrato giusto: come buon auspicio per un futuro prossimo che si preannuncia tutt’altro che facile, come atto di fiducia nei confronti di una viticoltura che a volte fatica ad essere autentica e coerente con sé stessa, come omaggio al valore irrinunciabile dell’amicizia.


Az. Agricola Tirelli Andrea


Frazione Montale Celli – Costa Vescovato (AL)

Domenica è invece la volta della festa del libero scambio, in via arbe 50, dalle 15.00 in poi incontreremo insieme ai GAS Roberto Bucci, produttore di pesche, pere, prugne faentine, musicologo romagnolo, allevatore di antiche razze avicole, e tanto altro.

Progetto Bucci: la collaborazione Gas e Negozi di quartiere da i suoi frutti. 08Oct12 | 2

Se al tramonto in giro per Milano vi dovesse capitare di vedere un assembramento di persone  intorno ad un furgone  intente a scaricare cassette e smistarle ai presenti, sappiate che non siete davanti ad una operazione clandestina ma davanti al progetto Bucci!!!

L’idea è nata circa quattro anni fa dall’incontro tra il Gas Bicocca e Bucci, produttore faentino di pesche, albicocche e altri frutti  e come ogni incontro che si rispetti c’è una storia da raccontare.

Bucci è un produttore con la passione per la musica tradizionale e le galline romagnole e per lavoro fa l’agricoltore in una zona a forte vocazione frutticola. Produce con metodi da agricoltura biologica, principalmente pesche che consegna ad una cooperativa di produttori della zona. Purtroppo la cooperativa ritira solo la frutta di un certo calibro (il più grande), omogenea e ad un prezzo non adeguato. Questo comporta che una parte del raccolto rimane invenduto e in più il venduto non riesce a coprire i costi di produzione.

Da qui parte l’idea del gas Bicocca di ritirare la produzione invenduta ad un prezzo concordato.

Si parte e ben presto ci si rende conto che la frutta è veramente valida ma che bisogna coinvolgere altre realtà per riuscire a ritirare più frutta e con più continuità per raggiungere l’obiettivo di dare una mano concreta all’agricoltore e per rendere accettabili i costi del trasporto.

La caparbietà del Gas Bicocca ha fatto incontrare due realtà urbane che fino ad allora si erano solo sfiorate, i negozi di alimentari naturali di quartiere e i gruppi di acquisto solidali, con l’intento di unire gli ordini per aumentare i quantitativi e ammortizzare i costi di trasporto.

Quest’anno il progetto è cresciuto sia come numero di partecipanti sia come struttura organizzativa rimanendo ancora legato allo spontaneismo.

I numeri sono questi: 10 Gas e 2 negozi coinvolti, 3.917 kg di frutta più 279 kg di frutta da marmellata ritirata per un valore di 7.787 euro, cadenza di ordine settimanale al mese per quattro mesi e il prezzo della frutta concordato al kg (uguale per Gas e negozi) superiore a quello  riconosciuto dal consorzio.

Il risultato è che la collaborazione tra Gas e Negozi, quando si pone l’obiettivo di cercare il valore del lavoro della terra e non il prezzo del prodotto, riesce a dare una mano concreta all’agricoltore e si rende protagonista della filiera agro- alimentare.

La storia non finisce qui ma inizia da qui.


Bilancio Sociale di MioBio 18Jul12 | 2

Miobio rende pubblico il bilancio di esercizio 2011. Non ci siamo voluti soffermare solo sull’aspetto puramente economico fatto di incassi e spese, ma abbiamo voluto valutare anche l’aspetto sociale e cioè come un’attività commerciale di vicinato possa dare un valore aggiunto alle aziende con cui lavora e il quartiere in cui opera. Il bilancio che potete scaricare dal link è diviso in due capitoli: Miobio in campagna e Miobio in città. Qui vengono descritte le nostre attività, le nostre relazioni con aziende, associazioni e gas e inoltre troverete i risultati del questionario compilato dai nostri clienti che è un indicatore della percezione del progetto Miobio. Nell’ultima parte c’è il conto economico riclassificato con il valore monetario della nostra attività.

Vogliamo ringraziare i ragazzi riuniti sotto il nome di “Isolanibioallegri” che con la loro professionalità e passione hanno permesso di realizzare il bilancio sociale e il nostro commercialista che alla notizia di voler pubblicare il bilancio ha esclamato “siete troppo europei!!“……noi avremo preferito cittadini del mondo.

Buona lettura!

bilancio sociale 2011


ritorno alla terra….con la cooperativa terrarossa 23Jun12 | 1

Si ritorna a casa e già mi fischiano le orecchie, sarà qualcuno che è rimasto  a Milano a lavorare?

La destinazione è nota: Tricase, ridente cittadina del basso capo di Leuca, in una terra d’Otranto inondata dal sole che brucia le pietre e la pelle e ti costringe a rimanere in casa per una lunga siesta.

Ma a rompere il silenzio ci pensa il telefonino che squilla e dall’altro capo Daniele, vero motore della Cooperativa Terrarossa, che mi da appuntamento per vedere il nuovo terreno preso in affido dalla cooperativa.

Si parte seguendo le indicazioni di luoghi, il cui nome ritorna familiare ma di cui non ricordo bene la strada e chiaramente mi perdo per le campagne, il che non è male, ma come per incanto mi appare Daniele insieme ad Angelo intenti a lavorare alle potature nell’oliveto. Ci abbracciamo e subito ammiriamo gli ulivi, ripresi dopo anni di abbandono da parte dei proprietari, che vivono a Roma. Infatti l’affido di questo terreno fa parte del progetto di Terrarossa di recupero di terreni agricoli, abbandonati o resi improduttivi per vari motivi dai proprietari, con metodi di agricoltura biologica e favorendo l’inserimento di ragazzi svantaggiati che, attraverso il lavoro, riscattano la loro condizione divenendo soggetti attivi e importanti per il territorio. Il vantaggio è per tutti: per i proprietari a cui viene riconosciuto una parte del raccolto, alla cooperativa che ha la possibilità di avere un accesso alla terra e al territorio che ne beneficia sia a livello ambientale sia sociale.

Daniele mi fa vedere il primo orto della cooperativa: fagiolini, zucchine e 4 varietà di ceci recuperate con l’aiuto del giardino botanico di Lecce. Il miracolo vero è che quest’orto non ha un sistema d’irrigazione, ma ha usufruito solo della pioggia che è caduta abbondante fino a Maggio.

Con i piedi sporchi di terrarossa partiamo per andare a visitare i campi seminati a grano duro varietà senatore Cappelli. Durante il tragitto Daniele mi fa vedere un altro campo preso in affido dalla cooperativa pieno di alte spighe, è chiaro che la frammentazione dei campi è una delle difficoltà del progetto ma consideriamo il fatto come un problema inevitabile in una fase iniziale ma che in una visione futura si spera sarà sorpassato…..quando tutti faranno agricoltura biologica e aderiranno alla cooperativa.

Arriviamo al campo principale e ci appare un mare biondo di spighe pronto per essere mietuto. L’orgoglio di Daniele si vede dagli occhi e ha ragione, infatti quest’anno tutta la produzione è già prenotata da fornai illuminati, gas e naturalmente da Miobio.

Tutto questo lavoro e i risultati che si sono ottenuti hanno portato la Cooperativa ad assumere Michele il primo ragazzo di Terrarossa.

Da un lato del campo ci sono le arnie del piccolo “Apiario del Mito” che nasce nell’ambito del progetto A.P.I. (Apprendimento Produzione reInsermento), che vede la collaborazione di Terrarossa  con il Centro Salute Mentale di Tricase e il Centro Educazione Ambientale di Andrano.

Tutte queste attività si inseriscono in un contesto più ampio fatto di associazioni, iniziative private, istituzioni sensibili  che lavorano sul territorio e cercano nuovi modelli di sviluppo che diano valore all’ambiente e alle persone. Questa sinergia porta ad uno scambio di esperienze, ad un aiuto reciproco a più livelli che supporta la crescita di ogni singolo soggetto.

La giornata sta per finire e il sole concede una tregua alla terra e alle pietra che assumono colori pastello e cedono tutto il calore accumulato mentre un altro avvenimento importante sta per accadere: la nascita dei pulcini di razza leccese, primo passo per inserire gli animali nell’attività della cooperativa e dare lavoro ad Angelo.

“A riveder le stelle” cineaperto in Bovisa 07Jun12 | 0